Succede in California, a Merced, 200 km da San Francisco dove due “suore”  coltivano Cannabis terapeutica: unguenti, olio ad alto contenuto di CBD, coloranti e pomate per alleviare i dolori. È solo una piccola impresa, ma nel 2016 ha fatturato 750 mila euro

Le suore della Cannabis terapeutica non sono vere suore, ma l’abito che indossano è quello. Segno di devozione alla causa.

Vivono in una comunità di sette persone, ispirata, ma non religiosa: semmai new age (sì, ancora) vegana, ambientalista e femminista.  Nonchè militanti. C’è anche “suor Occupy” che ha partecipato ad Occupy Wall Street.

Hanno il loro sito, la pagina Facebook e vendono online prodotti che non hanno effetti psicoattivi.

Hanno avviato l’attività lucrosa quando ancora la California vietava la coltivazione di marijuana per uso personale e commerciale, ma consentiva la vendita di cannabis terapeutica (già dal 1996). In Usa 20 Stati la consentono la coltivazione di Cannabis per uso terapeutico, otto per uso ricreativo.

Qualcosa è cambiato lo scorso novembre. In contemporanea con l’elezione di Trump è passato “Proposition 64” il referendum che legalizza la marijuana ad uso ricreativo. Da allora anche l’agricoltura industriale ci ha messo gli occhi.

Al punto che il reddito dei produttori di Cannabis sarebbe il doppio di quelli del vino. Non a caso i farmers si contendono i lavoratori che preferiscono le aziende della Cannabis dove i salari sono più alti: negli anni sono passati da 13 a 25 euro l’ora.

I tempi cambiano. Intanto l’amministrazione avrebbe ripreso la guerra alla droga. Vedremo come andrà a finire. Il timore è uno solo, l’equivoco tra i due usi, terapeutico e ricreativo.