Skip to main content

C’era una volta…un Re! Diranno subito i miei piccoli lettori. No ragazzi avete sbagliato. C’era una volta una seppia o se preferite, un’ostrica, un ippocampo, un astice, un tonno.

Cambia poco: fra pochi anni saranno tutti animali rari o estinti. E chiedo scusa a Collodi per il prestito non autorizzato.

 Così rischiano di iniziare le fiabe che racconteremo ai nostri nipotini davanti ad un ipotetico camino, se riusciremo a distoglierli dalla TV e dallo smartphone.

Perchè i pesci diventano sempre più rari, soprattutto nei nostri piccoli mari del Mediterraneo.

 Come già accennato in precedenza, tra le proposte per affrontare la crisi della pesca in mare due sono le principali.

  • La prima è la riduzione dello “sforzo di pesca”  (che vuole dire ridurre la pesca attraverso il fermo pesca biologico, il premio per la rottamazione dei pescherecci, la proibizione di alcune forme di pesca e di attrezzi più invasivi, ecc).
  • Un’altra via, sicuramente più complessa, è la ricostituzione degli stock ittici attraverso il ripopolamento attivo.

 

Le esperienze realizzate negli ultimi anni sono tantissime. A memoria citiamo:

  • la riproduzione di anguilla e storione cobice dell’Università di Bologna, attualmente in fase sperimentale (1),
  • la riproduzione di astice europeo realizzata in Lazio e Calabria dalla Università della Tuscia (2)
  • e dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che ha lavorato anche sulla capasanta
  • i progetti sulle catture accidentali di CESTHA-ENI su ippocampi, gamberi, squali e seppie (3),
  • quello del polpo comune in Sardegna.

E mi scuso con i tanti esclusi. Uno dei problemi è passare dalla fase di ricerca e sperimentazione a quella di divulgazione e diffusione in natura.

 

La seppia, tutti la vogliono (e qualcuno la piglia)

 La seppia (che è un mollusco cefalopode, cioè che ha i “piedi in testa“) è non solo uno dei piatti preferiti dagli umani, ma anche di molte altre specie marine. E quindi molto cacciata durante tutta la vita (che comunque non sarebbe tanto lunga, al massimo 3-4 anni). I delfini ne vanno matti. Anche lei non scherza in quanto a voracità, ed è anche tranquillamente cannibale.

Come molti altri animali marini, si riproduce (purtroppo per lei, una sola volta nella vita) nelle calde e basse acque occidentali del mare Adriatico, per poi migrare in mare aperto per nutrirsi (e farsi catturare).

Il suo calo è stato impressionante: negli ultimi 10-15 anni è diminuita anche del 60%. Che fare?

I  tecnici del progetto europeo “EcoSea”  hanno pensato di sfruttare la vocazione di “nursery naturale“ della nostra costa, creando tante possibilità alle seppie per deporre le uova e farle riprodurre. La seppia chiede poco: le basta una corda sommersa, una gabbia, un nodo di plastica, e vi depone centinaia di uova, nel giro  di qualche settimana. Le uova vanno protette dalle reti dei pescatori e dai predatori e poi schiudono, rilasciando seppioline già pronte ad affrontare il mare. 

Restocking? Si può fare

I risultati sono stati sorprendenti: la concentrazione di uova, raccolte nei tipici grappoli, attecchite ai supporti artificiali, è stata sempre molto alta, così come il  rilascio di milioni di nuovi individui.

Le prove sono state diverse da regione a regione:

  • in Friuli si sono utilizzate nasse per la raccolta delle uova, poi trasferite in gabbie in aree nursery protette.
  • Anche in  Veneto si sono utilizzate nasse, poi spostate in zona protetta dopo la deposizione delle uova e fino alla schiusa.
  •  In Emilia-Romagna  si sono utilizzati dei collettori di uova (una specie di fiocco realizzato in polipropilene) legati lungo delle long-line di circa 1.000 m , posizionate dentro gli impianti di mitilicoltura  (la foto spiega meglio delle parole). ù
  • Nelle Marche sono state utilizzate delle “seagrass nurseries”, cioè delle specie di gabbie aperte, dove si raccolgono le uova, e delle “trapnurseries”, cioè delle nasse aperte, dove gli adulti rilasciano le uova e poi escono.

 

Risultati: tutti positivi. Con problemi e costi diversi, ma tutte le prove hanno dato esiti favorevoli; complessivamente si stimano oltre 500 milioni di uova allevate. E tanti operatori coinvolti, che da pescatori stanno gradualmente diventando “giardinieri” del mare.

 

In realtà è bastato poco: offrire alla seppia uno spazio protetto dove poter lasciare la sua prole. Al resto ci pensa la natura.

Raramente la pesca ed i pescatori assurgono, come si dice,  agli  onori della cronaca, i problemi del settore non sembrano essere una priorità nazionale. Il recente sequestro di due pescherecci di Mazara del Vallo, da parte di guardiamarina egiziani, ha riportato all’attenzione il  problema dei non facili rapporti tra i nostri pescatori e gli altri paesi costieri. Forse, incrementando le risorse e coinvolgendo gli operatori nella loro gestione, anche con incentivi economici, potremmo avvicinare i lembi di uno strappo (quello fra risorse e consumi) attualmente molto largo.

  

Far convivere la pesca e l’acquacoltura con la tutela e la valorizzazione dell’ambiente marino, per incrementare la biodiversità e garantire una prospettiva di sviluppo ai territori affacciati lungo le  sponde del Mediterraneo.

 
 “In ogni deliberazione, dobbiamo considerare l’impatto sulla settima generazione…anche se richiede avere la pelle spessa come la corteccia di un pino” (dalla Costituzione delle Nazioni Irochesi)